Redirect 301, come impostarli senza perdere traffico
Una riga di configurazione, e il punto in cui si perdono più posizioni. Permanente contro temporaneo, catene, cerchi e i controlli che durano dieci minuti.
Il redirect 301 dice a Google che una pagina si è spostata per sempre. È una riga di configurazione e nella maggior parte dei siti è anche il punto in cui si perdono più posizioni, perché viene scritta male, scritta tardi o non scritta affatto.
Permanente e temporaneo non sono sinonimi
Google considera permanenti il 301 e il 308, insieme al meta refresh istantaneo e al reindirizzamento via JavaScript. Considera temporanei il 302, il 303, il 307 e i meta refresh con un ritardo.
Con un reindirizzamento permanente Google mostra nei risultati il nuovo indirizzo. Con uno temporaneo può continuare a indicizzare il vecchio, che dopo un trasloco è esattamente quello che non vuoi.
L’errore più diffuso è lasciare un 302 messo durante i test. Il sito funziona, le persone arrivano dove devono, e nessuno se ne accorge finché tre mesi dopo il vecchio indirizzo compare ancora nei risultati mentre quello nuovo no.
Lato server, quando si può
Google raccomanda i reindirizzamenti lato server perché vengono elaborati prima che la pagina venga costruita, e li definisce il modo migliore per assicurarsi che ricerca e persone finiscano sulla pagina giusta.
Le alternative funzionano ma hanno costi. Il meta refresh richiede che la pagina venga caricata, quindi è più lento. Il reindirizzamento via JavaScript dipende dal rendering: se fallisce, Google potrebbe non accorgersi mai che la pagina si è spostata.
Su WordPress questo significa preferire una regola nel file di configurazione del server a un plugin che gestisce i reindirizzamenti in PHP. Il plugin è comodo per venti regole, diventa un peso quando sono duemila, perché ogni richiesta passa da una ricerca nel database.
Uno a uno, sempre
Ogni vecchio indirizzo va alla pagina nuova che risponde alla stessa domanda di prima. Non alla home, non alla categoria generica, non a una pagina di cortesia che spiega che il sito è cambiato.
Il motivo è tecnico e non discutibile: un reindirizzamento verso una pagina senza relazione viene trattato da Google come un soft 404, cioè come se la pagina non esistesse. Tutto il lavoro fatto per metterlo diventa inutile.
Quando la pagina corrispondente non esiste davvero, la scelta è tra la categoria che la conteneva e un 404 pulito. Il 404 non è una sconfitta: è un’informazione corretta, e Google la gestisce meglio di un reindirizzamento inventato.
| Situazione | Cosa fare | Cosa non fare |
|---|---|---|
| Pagina spostata a un nuovo indirizzo | 301 alla pagina corrispondente | 301 alla home |
| Prodotto fuori catalogo con sostituto | 301 al prodotto sostitutivo | Lasciare la pagina che dice esaurito |
| Prodotto fuori catalogo senza sostituto | 301 alla categoria, oppure 404 | 301 a un prodotto diverso |
| Contenuto rimosso apposta | 410 | 302, che dice che tornerà |
| Manutenzione di qualche ora | 503 con intestazione di ritorno | 301, che è permanente |
| Versione in prova di una pagina | 302 | 301, che consolida quella sbagliata |
Le catene e i cerchi
Una catena è un indirizzo che porta a un secondo che porta a un terzo. Funziona, ma ogni passaggio aggiunge tempo di caricamento e un punto in cui qualcosa può rompersi.
Si accumulano nel tempo: ogni volta che il sito viene riorganizzato, qualcuno aggiunge regole nuove sopra quelle vecchie invece di riscriverle. Dopo due migrazioni ci sono indirizzi che fanno quattro salti.
Il cerchio è peggio: A porta a B e B riporta ad A. Il browser si ferma con un errore e la pagina non si apre per nessuno. Capita quando due regole scritte in momenti diversi si contraddicono, ed è il tipo di problema che nessuno scopre finché un cliente non telefona.
Il caso delle pagine con la barra finale
Un indirizzo che finisce con la barra e lo stesso senza barra sono due indirizzi diversi. Se entrambi rispondono 200, il sito esiste due volte e i segnali si dividono tra le due versioni.
La scelta di quale forma usare è indifferente, purché sia una sola e valga per tutto il sito. La verifica dura un minuto: si apre una pagina interna nelle due forme e si controlla che una reindirizzi all’altra.
Stesso discorso per maiuscole e minuscole negli indirizzi, che su alcuni server sono distinte. È una fonte di doppioni silenziosa che nessuno controlla mai e che si sistema con una regola sola.
Come si controlla, in pratica
Prendi l’esportazione delle pagine da Search Console degli ultimi dodici mesi, ordinata per clic. Le prime cento righe sono quelle che contano.
Per ognuna verifica tre cose: che risponda, che risponda con un 301 e non con un 302, e che arrivi a destinazione in un solo passaggio. Si fa con un crawler in dieci minuti, oppure a mano con gli strumenti per sviluppatori del browser se sono poche.
Poi guarda il rapporto sull’indicizzazione delle pagine in Search Console. Lo stato pagina con reindirizzamento è normale e dopo una migrazione deve crescere. Lo stato errore di reindirizzamento non deve esistere: indica catene troppo lunghe, cerchi o destinazioni che non rispondono.
Quanto tempo ci mette Google
Dipende da quanto spesso passa sul tuo sito, e questo dipende dalle sue dimensioni e da quanto spesso cambia. Su un sito piccolo possono servire settimane, su uno grande mesi perché tutte le pagine vengano ripassate.
Non c’è modo di accelerare in blocco. Si può chiedere la reindicizzazione dei singoli indirizzi da Search Console, e ha senso farlo per le dieci o venti pagine più importanti, non per cinquecento.
Le regole vanno tenute attive a lungo. Un anno è il minimo ragionevole, e sui siti con molti link in entrata conviene non toglierle mai: un reindirizzamento che nessuno usa non costa niente, uno che manca costa una pagina.
Il caso del passaggio a https
È una migrazione a tutti gli effetti e viene trattata come una formalità, ed è per questo che ogni tanto fa danni. Dopo il passaggio devono esistere reindirizzamenti dalla versione senza certificato a quella con, e dalla versione con tre w a quella senza o viceversa, secondo quale hai scelto.
Le combinazioni sono quattro e devono convergere tutte su una sola. Se due versioni rispondono 200, il sito esiste due volte per Google e i segnali si dividono.
La verifica dura un minuto: si provano le quattro forme dell’indirizzo della home e si controlla che tre reindirizzino alla quarta con un 301. Il metodo completo per spostare un sito senza perdere posizioni sta nella guida alla migrazione SEO.
I parametri di tracciamento, il caso silenzioso
Gli indirizzi con i parametri delle campagne sono tecnicamente indirizzi diversi dalla pagina pulita. Non vanno reindirizzati, perché perderesti il tracciamento, ma vanno dichiarati come varianti della stessa pagina.
Se non lo fai, ogni campagna genera versioni della stessa pagina che competono tra loro. Il sintomo tipico è una pagina che nel rapporto sull’indicizzazione compare decine di volte con code diverse.
La soluzione non è un reindirizzamento ma un canonico che punti sempre alla versione pulita, applicato dal modello di pagina una volta sola.
Quando i reindirizzamenti non sono la risposta
Se hai mille pagine di scarsa qualità che non portano traffico, reindirizzarle tutte da qualche parte non trasferisce niente perché non c’era niente da trasferire. Vanno rimosse con un 410 e basta.
E se il problema è che le pagine non vengono indicizzate, i reindirizzamenti non c’entrano: quello è un altro capitolo, che riguarda la scansione e le scelte di Google, ed è spiegato nell’articolo su quando Google non indicizza le pagine. Quando invece la struttura degli indirizzi va ripensata per intero, è lavoro tecnico che facciamo dentro lo sviluppo del sito.
Quando i redirect sono a posto e i numeri non si muovono, il controllo successivo è sul sito intero e non sui singoli indirizzi, con l’ordine indicato in cosa guardare in un audit SEO.
Aggiornato al 1 luglio 2026.
Fonti
- Google Search Central, Redirects and Google Search
- Search Console Help, Rapporto Indicizzazione delle pagine