Audit SEO, cosa controllare davvero
Un audit utile sta in tre pagine e ordina i problemi per quanto costano. I sei controlli che faccio per primi e quelli che non servono a niente.
Un audit SEO utile risponde a una domanda sola: cosa impedisce a questo sito di ricevere più richieste. Tutto il resto, i punteggi colorati, le liste di duecento avvisi, i grafici di visibilità, serve a riempire un documento che nessuno userà.
Il documento da cinquanta pagine è il problema, non la soluzione
Gli strumenti automatici generano centinaia di segnalazioni ordinate per gravità teorica, non per impatto sul tuo fatturato. Un titolo duplicato su una pagina che nessuno visita compare accanto a un problema di indicizzazione che costa metà del traffico.
Chi riceve quel documento fa una cosa sola: lo archivia. E l’agenzia che lo ha mandato può dire di aver consegnato un audit.
Un audit che si può usare sta in tre o quattro pagine, ordina i problemi per quanto costano, e per ognuno dice quanto tempo serve a sistemarlo. Se non contiene una stima di tempo, non è un piano di lavoro.
Si parte dai numeri, non dallo strumento
Prima di aprire qualsiasi crawler si aprono Search Console e le statistiche del sito, e si guarda l’andamento degli ultimi ventiquattro mesi. Serve a capire se il sito sta scendendo, salendo o è fermo, perché le tre situazioni richiedono audit diversi.
Poi si separano le ricerche di marca da tutto il resto. Un sito che perde solo sul non di marca ha un problema di contenuti o di concorrenza. Un sito che perde anche sul marchio ha un problema di domanda o di reputazione, e nessun intervento tecnico lo risolve.
Infine si guardano le pagine, non le parole chiave. Venti pagine portano quasi sempre l’ottanta per cento del traffico, e l’audit deve riguardare soprattutto quelle.
Il caso che sembra un problema tecnico e non lo è
Su un sito di serramenti che seguiamo, il traffico organico stimato si è quasi dimezzato in due anni. La reazione istintiva sarebbe cercare un errore tecnico.
Guardando le venti parole chiave che portano più traffico, però, sono tutte nelle stesse posizioni di prima: nove in prima posizione, le altre tra seconda e terza, nessun movimento. Il sito non è sceso di un centimetro.
Quello che è cambiato è quanti clic arriva a raccogliere una prima posizione. Ahrefs, su 300.000 parole chiave, ha misurato un calo del 58 per cento del tasso di clic della prima posizione tra dicembre 2023 e dicembre 2025. Un audit tecnico su quel sito avrebbe prodotto una lista di micro correzioni inutili, perché il problema non era il sito.
Le sei cose che guardo per prime
Indicizzazione. Quante pagine hai e quante ne sono indicizzate, con l’elenco delle escluse e il motivo. Se il divario è grande, tutto il resto viene dopo.
Duplicazione interna. Quante versioni dello stesso contenuto esistono per via di filtri, ordinamenti, paginazione e parametri di tracciamento.
Reindirizzamenti. Quali pagine importanti rispondono con un codice diverso da 200, e se ci sono catene o cerchi rimasti da riorganizzazioni vecchie.
Prestazioni misurate su dati reali, non simulate. Le tre metriche che contano sono il tempo del contenuto principale, la reattività alle interazioni e la stabilità visiva.
Corrispondenza tra pagine e domande. Per le venti pagine principali, quale domanda risponde ciascuna e se la risposta sta nelle prime righe.
Concorrenza reale, cioè chi occupa le posizioni che vorresti e con che tipo di pagina. Spesso rivela che stai competendo con un tipo di contenuto diverso dal tuo e che la pagina giusta non l’hai proprio.
| Controllo | Dove si fa | Tempo |
|---|---|---|
| Indicizzazione e pagine escluse | Search Console, rapporto pagine | 30 minuti |
| Marca contro non marca | Search Console, filtro sulle query | 15 minuti |
| Pagine che portano traffico | Search Console, rapporto pagine | 20 minuti |
| Duplicazione e parametri | Crawler | 1 ora su un sito medio |
| Prestazioni su dati reali | Rapporto esperienza sulla pagina | 20 minuti |
| Concorrenza per le pagine chiave | Ricerca manuale, dieci query | 1 ora |
Ogni quanto ha senso rifarlo
Un audit completo una volta l’anno è più che sufficiente per la maggior parte dei siti aziendali. Sotto quella frequenza si finisce a pagare documenti che ripetono le stesse cose.
Quello che va fatto spesso è diverso: un controllo mensile di mezz’ora su indicizzazione, clic per pagina e query separate tra marca e non marca. Tre numeri annotati in un foglio.
L’audit straordinario ha senso in tre momenti: dopo una migrazione, dopo un calo che dura più di sei settimane, e prima di decidere un investimento importante sul sito. Negli altri casi è un documento che nasce già archiviato.
Cosa non serve misurare
Il punteggio di autorevolezza del dominio. È un numero inventato da chi vende lo strumento, non da Google, e non corrisponde a niente che puoi cambiare direttamente.
Il numero totale di parole chiave posizionate. Su un sito grande si muove per ragioni che non controlli, comprese le revisioni del database dello strumento che usi.
La densità della parola chiave nel testo. Non è un fattore da almeno quindici anni e continua a comparire nei documenti perché gli strumenti la calcolano ancora.
Il pezzo che quasi nessun audit contiene
Quanto della tua visibilità passa da risultati che non sono link. Sulle ricerche locali, per esempio, il blocco delle attività vicine domina la pagina: su venticinque query monitorate per un’attività fiorentina, ventitré mostravano quel blocco, coprendo il 97 per cento del volume.
Per quel tipo di attività, un audit che parla solo di posizioni organiche sta guardando il posto sbagliato. Serve capire prima dove viene presa la decisione, e poi ottimizzare quel posto.
Stesso ragionamento per le risposte generate. Se sulle tue query compare un riepilogo, il primo posto organico non vale quello che valeva, e il contesto completo sta nella guida alla visibilità dentro gli assistenti.
Le domande da fare a chi ti consegna un audit
Quali di questi problemi costa di più lasciare così? Se la risposta è che sono tutti importanti, chi ha scritto il documento non ha fatto una scelta e la sta lasciando a te.
Quanto tempo serve per ciascuno? Senza stime non è un piano, è un elenco.
Cosa hai guardato nei dati e cosa nello strumento? Un audit costruito solo sull’output di un crawler non ha visto i numeri reali del sito, quindi non sa distinguere una pagina che perde traffico da una che non ne ha mai avuto.
Come finisce un audit fatto bene
Con una lista di cinque o sei interventi, ognuno con l’impatto atteso, il tempo necessario e chi lo deve fare. Non con duecento avvisi.
E con una riga scomoda: cosa non vale la pena fare. Un audit che consiglia tutto non ha fatto il lavoro, perché il valore di chi guarda un sito dall’esterno sta anche nel dire dove non spendere.
Se il sito è appena stato spostato, metà delle anomalie che troverai sono conseguenza di quello, e vanno lette con la guida alla migrazione accanto. Quando invece serve qualcuno che guardi il sito da fuori e dica cosa conviene fare per primo, è il punto di partenza del nostro lavoro sulla visibilità sui motori.
Una nota su chi lo fa. Un audit ha valore perché chi lo scrive guarda il sito senza sapere perché le cose sono così. Chi lavora su quel sito da tre anni conosce la ragione di ogni scelta e quella conoscenza gli impedisce di vedere il problema. Vale anche al contrario: un audit esterno che non chiede mai il perché di una scelta finirà per consigliare di sistemare cose che erano state decise apposta.
Il capitolo che in un audit fa emergere più problemi di tutti riguarda gli indirizzi cambiati negli anni e mai sistemati: come si impostano le regole giuste è in le regole dei redirect permanenti.
Aggiornato al 15 luglio 2026.
Fonti
- Ahrefs, AI Overviews reduce clicks, updated study (2026)
- Search Console Help, Rapporto Indicizzazione delle pagine
- web.dev, Web Vitals