Feed prodotto, gli errori che bloccano le campagne
Quando un prodotto viene rifiutato nessuno ti avvisa: smette di comparire e il calo arriva prima della spiegazione. Gli errori più frequenti e come si controllano.
Il feed prodotto è il file che manda il tuo catalogo a Google e a Meta. Quando un prodotto viene rifiutato non ricevi una telefonata: semplicemente smette di comparire nelle campagne, e il calo delle vendite arriva prima della spiegazione. Questi sono gli errori che lo causano più spesso.
I campi obbligatori, e quello che succede se mancano
Google Merchant Center richiede per ogni prodotto un identificatore univoco, un titolo di massimo 150 caratteri, una descrizione, il link alla pagina, il link all’immagine, la disponibilità e il prezzo. Se manca uno di questi, il prodotto viene rifiutato e basta.
La maggior parte dei rifiuti che troviamo non riguarda però i campi mancanti, riguarda campi presenti ma sbagliati: categoria di prodotto Google errata, codice GTIN inesistente, attributi di variante come taglia e colore assenti o incoerenti.
C’è poi una scadenza da segnare: dal 31 gennaio 2027 le immagini dovranno essere di almeno 500 per 500 pixel. Molti cataloghi italiani vecchi hanno immagini più piccole, e quei prodotti usciranno dalle campagne senza preavviso.
Il conflitto tra feed e sito, l’errore più frequente
Google confronta quello che dichiari nel feed con quello che trova sulla pagina. Se il feed dice 49 euro e la pagina dice 54, il prodotto viene rifiutato per conflitto di dati.
Succede quasi sempre per due motivi. Il primo è il feed generato una volta al giorno mentre i prezzi cambiano durante il giorno, tipico nei periodi di saldi. Il secondo è il prezzo mostrato sulla pagina che include o esclude l’IVA in modo diverso da quello dichiarato.
Stessa cosa per la disponibilità: un prodotto dichiarato disponibile nel feed e esaurito sulla pagina viene rifiutato, e nel frattempo hai pagato i clic di chi ci è arrivato.
Il titolo è il campo che decide tutto
Nelle campagne shopping il titolo del prodotto è il segnale più forte per capire a quale ricerca associarlo. Un titolo che riporta il codice interno del produttore non si aggancia a niente.
La struttura che funziona mette le informazioni in ordine di importanza decrescente, perché il titolo viene tagliato: tipo di prodotto, marca, caratteristica distintiva, variante. “Cucina in acciaio inox con isola, 180 cm” batte “Modello G180” su ogni metrica.
Il titolo del feed può differire da quello del sito, e in molti casi conviene. Ma la sostanza deve coincidere, altrimenti si torna al conflitto di dati del capitolo precedente.
| Errore | Cosa provoca | Come si evita |
|---|---|---|
| Prezzo diverso tra feed e sito | Prodotto rifiutato | Feed aggiornato più volte al giorno nei periodi di saldo |
| Disponibilità non allineata | Prodotto rifiutato e clic sprecati | Collegamento diretto al magazzino |
| GTIN assente o inventato | Rifiuto o visibilità ridotta | GTIN dal produttore, oppure campo dichiarato assente |
| Varianti senza codice di gruppo | Varianti trattate come prodotti diversi | Attributo di raggruppamento su tutte le varianti |
| Immagine sotto 500 pixel | Rifiuto dal 31 gennaio 2027 | Rigenerazione delle immagini del catalogo |
| Titolo con codice interno | Nessun aggancio alle ricerche | Titolo descrittivo, dal generale al particolare |
Il feed serve anche fuori dalle campagne
Lo stesso file alimenta le schede gratuite nella sezione shopping di Google, il catalogo di Instagram e Facebook, e in misura crescente i confronti che gli assistenti costruiscono quando qualcuno chiede dove comprare una cosa.
Chi lo tratta come un accessorio delle campagne si perde la parte gratuita, che su alcuni cataloghi porta più visite di quelle a pagamento. Ed è un motivo in più per tenere puliti anche i prodotti che in questo momento non stai promuovendo.
Le varianti, dove si perdono più prodotti
Una maglietta in cinque taglie e tre colori sono quindici combinazioni. Se non dichiari che appartengono allo stesso gruppo, il sistema le tratta come quindici prodotti diversi che competono tra loro, e mostra quello sbagliato.
Servono tre attributi coerenti su tutte le righe: il codice di raggruppamento uguale per tutte, e poi colore e taglia valorizzati singolarmente. Metà dei cataloghi che apriamo ha il codice di raggruppamento compilato solo su una parte del catalogo, tipicamente sui prodotti caricati dopo un certo mese.
Come si controlla, e ogni quanto
Una volta a settimana, cinque minuti. Apri la diagnostica del Merchant Center e guarda solo due numeri: quanti prodotti sono attivi e quanti sono rifiutati. Se il secondo si muove, apri l’elenco dei motivi.
Il controllo mensile è diverso e più utile: confronta il numero di prodotti nel feed con quelli nel catalogo del sito. La differenza sono i prodotti che non arrivano proprio al feed, e nessun pannello di diagnostica te li segnala, perché per quel sistema non esistono.
E una volta ogni tre mesi prendi dieci prodotti a caso, aprine la scheda e confronta prezzo, disponibilità e immagine con quello che dice il feed. È noioso e trova cose che gli strumenti automatici non vedono.
Google e Meta non chiedono le stesse cose
I due sistemi leggono lo stesso file ma valutano cose diverse. Google è più rigido sui dati strutturali, cioè identificatori, categoria e conflitti con il sito. Meta è più tollerante sui campi e molto più severo sul contenuto dell’immagine e sul tipo di prodotto.
La conseguenza pratica è che un prodotto approvato su una piattaforma può essere rifiutato sull’altra, e la spiegazione non è un errore del feed ma una regola diversa. Conviene tenere due controlli separati invece di dare per scontato che quello che passa da una parte passi anche dall’altra.
Sul catalogo di Meta c’è anche un problema che Google non ha: i prodotti rifiutati restano nel catalogo e continuano a essere conteggiati, quindi il numero totale non cala e nessuno si accorge che una parte non è più mostrabile.
Quanto pesa davvero
Su un account pubblicitario che seguiamo, con 127.942 euro di spesa in ventun mesi e un ritorno medio di 2,76 euro per euro speso, la differenza tra campagne che rendono e campagne che pareggiano è quasi tutta nella qualità di quello che viene mostrato. Le campagne sopra il valore due raccolgono il 77 per cento della spesa e rendono in media tre euro per euro.
Un feed con il 20 per cento dei prodotti rifiutati non fa perdere il 20 per cento delle vendite: fa perdere le vendite dei prodotti migliori, se il rifiuto colpisce proprio quelli con più varianti o con i cataloghi più vecchi.
La manutenzione del feed non è un lavoro creativo e non si vede in nessun report, ma è il punto in cui un budget pubblicitario smette di essere sprecato. Il resto del lavoro sta a valle, sulle schede e sul checkout, e il metodo è nella guida alle schede prodotto, mentre la struttura del catalogo che rende i feed gestibili è spiegata nell’articolo su i duplicati di un e-commerce e come si evitano.
Quando il feed va costruito da zero su un catalogo disordinato, è un intervento tecnico che precede qualsiasi campagna e che facciamo dentro il lavoro di pubblicità digitale.
Chiudo con la cosa che conta di più e che nessuno mette in un preventivo: chi guarda il feed ogni settimana. Non serve un esperto, servono cinque minuti e una persona che sappia cosa sta guardando. Nei negozi dove nessuno ha quel compito assegnato, i prodotti rifiutati si accumulano per mesi e poi qualcuno scopre che un terzo del catalogo era fuori dalle campagne da novembre.
È anche il motivo per cui conviene tenere il feed il più automatico possibile, generato dal catalogo e non compilato a mano in un foglio. Ogni campo che qualcuno aggiorna manualmente è un campo che prima o poi nessuno aggiorna più.
Le immagini del feed sono le stesse che compaiono nelle schede e nelle campagne, quindi un errore su quelle si moltiplica su tre canali: quanto pesano davvero è in cosa cambia una buona foto di prodotto.
Aggiornato al 16 ottobre 2026.