Dati strutturati, quali servono davvero
Su un sito aziendale servono tre o quattro tipi di marcatore, non trenta. Quali sono, quali errori vediamo più spesso e perché il caso FAQ va raccontato per intero.
I dati strutturati servono a dire a un motore di ricerca cosa contiene una pagina, in un formato che non lascia spazio all’interpretazione. Su un sito aziendale ne servono tre o quattro tipi, non trenta. Il resto è tempo speso a marcare cose che nessuno userà.
Cosa fanno davvero
Una pagina prodotto dice che un paio di scarpe costa 89 euro ed è disponibile. Un essere umano lo capisce guardando. Un motore deve dedurlo dal contesto, e può sbagliare. I dati strutturati mettono quella stessa informazione in un blocco separato, dove il prezzo è dichiarato come prezzo e la disponibilità come disponibilità.
Quando l’informazione è dichiarata invece che dedotta, Google può usarla per costruire un risultato più ricco: la stellina delle recensioni, la fascia di prezzo, la data di un evento, i passaggi di una ricetta. Sono le cose che fanno guadagnare spazio nella pagina dei risultati e quindi clic, a parità di posizione.
C’è però un equivoco da togliere subito. Per comparire nelle funzionalità AI di Google i dati strutturati non sono richiesti. La documentazione ufficiale dice che non ci sono requisiti tecnici aggiuntivi e che non serve nessun marcatore dedicato. Chi ti vende lo schema come chiave per entrare negli AI Overview ti sta vendendo qualcosa che Google smentisce per iscritto.
I quattro tipi che servono quasi a tutti
Organization è il primo. Dichiara chi sei: nome, logo, indirizzo, contatti, profili ufficiali. Va nella home o in una pagina sola, non ripetuto ovunque. È il pezzo che tiene insieme la tua identità quando la stessa azienda compare su venti siti diversi con venti descrizioni diverse.
Breadcrumb è il secondo, ed è il più sottovalutato. Dichiara la gerarchia della pagina e Google la usa per sostituire l’URL nei risultati con un percorso leggibile. Costa niente, si genera da solo con qualsiasi plugin serio e migliora l’aspetto di ogni risultato del sito.
Article serve sui contenuti editoriali, e porta con sé titolo, immagine, autore e date. Qui l’errore più comune è dichiarare una data di pubblicazione e non aggiornare mai quella di modifica, su contenuti che invece vengono rivisti. La data dichiarata e quella reale devono coincidere.
Il quarto dipende da cosa fai. Product se vendi, LocalBusiness se hai una sede dove le persone vanno, Event se organizzi qualcosa con una data, JobPosting se pubblichi offerte di lavoro. Uno, quello giusto, fatto bene.
| Tipo | Dove va | Cosa produce |
|---|---|---|
| Organization | Home o pagina azienda | Identità coerente, logo e contatti nei risultati |
| Breadcrumb | Ogni pagina interna | Percorso leggibile al posto dell’URL |
| Article | Articoli del blog | Titolo, immagine grande, autore, date |
| Product | Schede prodotto | Prezzo, disponibilità, valutazioni |
| LocalBusiness | Pagina contatti o sede | Orari, indirizzo, indicazioni |
| FAQ | Quasi da nessuna parte | Quasi più niente, vedi sotto |
Il caso FAQ, che va raccontato per intero
Per un paio d’anni il marcatore FAQ è stato il preferito di tutti, perché faceva comparire le domande a fisarmonica sotto il risultato e prendeva spazio enorme nella pagina. Poi Google ha ridotto drasticamente quella visualizzazione, limitandola in pratica ai siti istituzionali e sanitari.
Il risultato è che migliaia di siti italiani hanno ancora pagine piene di domande finte, scritte solo per riempire il marcatore, che non producono più alcun effetto visibile. Le domande sono rimaste, sono brutte da leggere e allungano le pagine senza motivo.
Se le hai e sono domande vere che i clienti fanno davvero, tienile come contenuto e togli il marcatore. Se sono domande inventate per il marcatore, toglile e basta. È una mezza giornata di lavoro che rende la pagina più corta e più leggibile, il che aiuta anche l’estraibilità di cui abbiamo parlato nell’articolo su scrivere contenuti che le macchine possono riprendere.
JSON-LD e non il resto
I formati ammessi sono tre, ma la scelta è già fatta da tempo. JSON-LD è un blocco di codice separato che sta nella testa della pagina e non tocca il contenuto visibile. Microdata e RDFa invece si intrecciano con l’HTML, attributo per attributo, e ogni volta che qualcuno cambia la grafica c’è il rischio che si rompano senza che nessuno se ne accorga.
Google raccomanda JSON-LD e sui siti che manteniamo è l’unico che usiamo. Il vantaggio pratico è che il blocco si genera da una funzione sola, si legge tutto insieme e chi mette mano al tema non lo tocca per sbaglio.
Se sul tuo sito trovi microdata sparsi nell’HTML, non è urgente rifarli finché funzionano. Diventa urgente al primo restyling, perché è lì che si perdono pezzi, e ci si accorge del danno mesi dopo quando le stelline spariscono dai risultati.
Gli errori che vediamo più spesso
Il primo è dichiarare cose che in pagina non ci sono. Recensioni marcate su una pagina dove non compaiono recensioni, prezzi dichiarati diversi da quelli scritti, una valutazione media senza nessuna valutazione dietro. Google lo considera un problema di qualità e può escludere il sito dai risultati arricchiti, a volte per mesi.
Il secondo è il doppione. Un tema che genera il suo schema e un plugin SEO che ne genera un altro producono due blocchi che si contraddicono. Succede spessissimo su WordPress, si vede in dieci secondi con lo strumento di test dei risultati arricchiti, e quasi nessuno lo controlla.
Il terzo è il marcatore messo su tutto. Un’azienda che dichiara Organization su ogni pagina, invece che una sola volta, non ottiene niente di più e complica la lettura. Più marcatori non vuol dire più visibilità.
Come si controlla in dieci minuti
Prendi cinque URL rappresentativi: la home, una pagina servizio, un articolo, una scheda prodotto e la pagina contatti. Passali nello strumento di test dei risultati arricchiti di Google e guarda due cose, gli errori e i doppioni.
Poi apri Search Console e cerca i rapporti sui risultati arricchiti nel menu laterale. Compaiono solo per i tipi che hai effettivamente implementato, e ti dicono quante pagine sono valide e quante hanno errori, con l’elenco degli URL. È il posto dove si scoprono i problemi che lo strumento di test non vede perché guarda una pagina alla volta.
Se trovi errori su centinaia di pagine, non correggerli a mano. Sono quasi sempre generati da un template, quindi si sistema il template e si aspetta il nuovo passaggio del crawler, che può richiedere da giorni a settimane.
Quanto conta tutto questo
Meno di quanto dica chi lo vende e più di quanto pensi chi non l’ha mai fatto. I dati strutturati non spostano le posizioni: non sono un fattore di ranking e Google lo ripete da anni. Cambiano l’aspetto del risultato, e un risultato che occupa più spazio e mostra più informazioni viene cliccato di più.
In un momento in cui i clic organici stanno scendendo, con la prima posizione che secondo Ahrefs ha perso il 58 per cento del suo tasso di clic tra dicembre 2023 e dicembre 2025, ogni elemento che rende il tuo risultato più riconoscibile vale la mezza giornata che costa.
Il contesto completo di quel calo sta nella guida di riferimento sulla ricerca AI. Se invece il sito è grande e i marcatori vanno rifatti a livello di template, è un intervento tecnico che rientra nel lavoro sulla visibilità sui motori.
Un’ultima cosa sulle priorità. Se hai tempo per un solo intervento, fai Breadcrumb su tutto il sito: è quello con il rapporto migliore tra fatica e risultato visibile, e nessuno se ne occupa mai perché non è spettacolare da mettere in un report.
Per capire se i marcatori stanno producendo un effetto servono i numeri giusti letti nel posto giusto, e il modo di leggerli senza perdere tempo è in cosa guardare in Search Console.
Aggiornato al 24 agosto 2026.
Fonti
- Google Search Central, Galleria dei risultati arricchiti supportati
- Google Search Central, AI features and your website
- Ahrefs, AI Overviews reduce clicks, updated study (2026)